Terra Mater nella storia

Divinità romana che si rivela chiaramente come il risultato dello sviluppo secondario, compiutosi in epoca storica e sotto l’influsso delle idee religiose greche, dell’antica dea Tellus. Questa ha unicamente il carattere di divinità agraria, è cioè dea della vegetazione, della semina e delle messi, senza rapporto alcuno col culto dei morti. In origine si separa essenzialmente da Cerere e da Demetra, ed è associata ad un nume maschile di nome Tellumo. Con essa erano connesse le feriae Sementivae, i fordicidia, e il sacrificio della porca praecidanea, nei quali era accomunata a Cerere. Alle Carine, sull’Esquilino, aveva un tempio, eretto nel 268 in seguito ad un terremoto, e poi restaurato da Cicerone nell’anno 54, che servì più volte alle adunanze del Senato.

Il concetto invece della Terra Mater si è formato a Roma solo più tardi. Il passaggio da Tellus a Terra Mater attraverso Tellus mater non è sicuro, e certamente non sarebbe avvenuto senza influenze greche. La Terra è ora in rapporto col culto dei morti, ed è considerata come una forza divina che ha in sé i germi della vita e della morte. Essa non è, però, come la Gea greca (v.), l’elemento femminile passivo in contrapposizione all’elemento attivo maschile del cielo (Urano) o del mare (Oceano); ma è il suolo nel suo duplice significato di campo delle messi e di luogo di sepoltura. La denominazione di T. M. compare per la prima volta in iscrizioni della fine della Repubblica, ed è diffusa nelle province, specialmente in Numidia, nella Gallia Narbonense e nelle regioni danubiane. Testimonianze del suo culto fuori d’Italia provengono dalle province danubiane e africane, specie da Cartagine, dove si trovava un suo tempio durante il primo periodo augusteo.

Ricordata parecchie volte nelle iscrizioni, la dea è rappresentata seduta in trono in un’edicola di Roma, velata e coronata di spighe, con uno scettro nella sinistra ed una patera nella destra. Un altro tipo iconografico assai più caratteristico mostra la dea giacente, con la parte superiore del corpo nuda, spesso velata, con spighe e frutti fra i capelli o in grembo e con una cornucopia o un ramo o un tralcio di vite sul braccio. Un bue accovacciato ed un canestro di fiori rappresentano la fecondità delle piante e degli animali; e mentre le stagioni dell’anno sono rappresentate da putti che giocano accanto alla dea, un serpe attorcigliato al suo collo o alla cornucopia ricorre talvolta come simbolo di divinità ctonia.

Questa raffigurazione è assai diffusa ed è attestata oltre che dalla Gemma Augustea di Vienna e dalle patere argentee di Aquileia e di Parabiago, dalla decorazione della corazza dell’Augusto di Prima Porta, da monete di Adriano, di Antonino Pio e di Commodo, di Settimio Severo e Caracalla; da monete di Domiziano con rappresentazione dei Ludi saeculares, dal mosaico di Sentino, dal rilievo dell’Ara Pacis e da uno di Cartagine al Louvre, e ancora nella catacomba di via Latina, cubicolo E.

La dea raffigurata in quest’ultimi monumenti è data senz’altro come Tellus, ed invero su monete di Adriano e di Commodo essa è accompagnata dall’iscrizione Tellus stabil(ita). È certo, però, che l’antica dea Tellus è ormai divenuta T. M. e rappresenta la potenza generatrice del suolo, donde ha origine la vita delle piante e degli animali e la stessa esistenza degli uomini.

Rappresentato, inoltre, su sarcofagi, su corazze di statue risalenti ai periodi augusteo e giulio-claudio ed all’età di Domiziano, sull’arco di Galerio a Salonicco e su un rilievo mitraico di Dieburg, il tipo della T. M. ricorre come Gea in un mosaico di Antiochia e in uno di Filippopoli, nei quali essa compare circondata da putti incoronati di fiori e frutti e designati anche come καρποί. Busti di Gea coronata di pampini, spighe e frutti, con un serpe intorno al collo, con la cornucopia o con in mano i lembi d’un panno ripieno di frutti si ritrovano in un mosaico di Beit Jebrîn.

Monumenti considerati. – Edicola di Roma: Bull. Com, I 1872, tav. 3. Gemma augustea: A. Frova, L’arte di Roma e del mondo romano, Torino 1961, fig. 161. Patera di Aquilea: ibid., fig. 163. Patera di Parabiago: A. Levi, La patera d’argento di Parabiago (Opere d’arte, V), Roma 1935, tavv. I-II. Augusto di Prima Porta: A. Frova, ibid., fig. 146-7. Monete di Adriano e di Commodo: H. Cohen, Mon. Emp., II, p. 224, n. 1425; p. 225, n. 1433; III, p. 332, n. 714. Mosaico di Sentino: Arch. Zeit., XXXV, 1877, tav. 3. Rilievo dell’Ara Pacis: G. Moretti, Ara Paci, Augustae, Roma 1948, tav. XXII. Rilievo di Cartagine: A. Frova, ibid., fig. 131. Arco di Galerio: Journ. Rom. Sr., XXVII, 1937, tav. IX. Rilievo di Dieburg: ibid., tav. XX. Mosaici d’Antiochia: D. Levi, Antioch Mosaic Pavements, II, Princeton-Londra 1945, tavv. LXII, b; LXXXI, b; LXXXIV, d; XC, d. Mosaico di Filippopoli: Annale, Arch. de Syrie, III, 1-2, 1953, p. 31, fig. 2. Mosaico di Beit Jebrîn: Revue Biblique, XXXI, 1922, tav. VIII, 2.

Fonte: Enciclopedia dell’Arte Antica (1966)

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